Donne single: quando il mobbing colpisce una categoria di lavoratori

Il mobbing è un fenomeno di discriminazione personale ma anche collettiva. Le pratiche vessatorie nel mondo del lavoro possono essere esercitate nei confronti di categorie di persone dalle caratteristiche peculiari. E in Italia, negli ultimi 10 anni, si sta affermando uno specifico tipo di mobbing verso le donne single.

Figlie dei tempi fatti di precariato e di scelte personali postmoderne, le donne senza famiglia risultano soggetti in una posizione subalterna rispetto a dipendenti con marito e figli. Costrette a turni di lavoro scomodi o a ferie in periodi non particolarmente graditi, mobbing e donna single sta diventando purtroppo un binomio sempre più stretto che però non desta ancora pienamente un allarme sociale.

Flessibilità è la “qualità” lavorativa più richiesta alle donne senza figli. La presunta maggiore libertà in termini di orari e di soprattutto di obblighi familiari viene confusa con una carta bianca messa a disposizione dalle donne single ai datori di lavoro. Straordinari, trasferte, spostamenti, permessi in giorni obbligati: il mobbing nei confronti delle lavoratrici senza famiglia si concretizza in modi, e soprattutto tempi, piuttosto fastidiosi ma difficilmente azionabili davanti al giudice. Diverso è il caso di vere e proprie molestie a sfondo sessuale da parte di colleghi o superiori, che però non sono infrequenti.

La donna può essere considerata pienamente mobbizzata quando dal rapporto lavorativo nascono impegni che condizionano la vita privata e le relazioni personali. Non di rado il datore di lavoro, per non pagare la maternità, richiede esplicitamente alla lavoratrice di non avere figli per un certo periodo di tempo, fino anche a due anni. In un quadro di precariato diffuso questa pretesa vessatoria crea conflitti interiori che rendono difficile la vita personale della donna. Il “favore”, che spesso si configura come sacrificio indebito, viene richiesto in nome di presunte gratificazioni e promozioni future di cui non si ha nessuna garanzia. E questo schema, favorito soprattutto dalle scarse tutele nei confronti dei lavoratori precari, si ripropone in continuazione. Questa disparità di trattamento, dunque, è più un problema legislativo che una questione giurisprudenziale.

 

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