Mobbing nel calcio: tra professionisti e juniores

Nel calcio gli atti di mobbing sono un aspetto spesso sottovalutato. Tacciati di essere milionari e di “non lavorare in miniera”, i calciatori costituiscono una categoria professionale senza dubbio privilegiata ma che può subire trattamenti discriminatori come accade in qualsiasi altro ambito lavorativo. La questione diventa ancora più spinosa sui campi del calcio giovanile, quando i talenti devono affrontare una spietata concorrenza per affermarsi ad alti livelli.

Il primo caso di mobbing nel calcio si è registrato nel 2003, quando Diego Zanin, calciatore del Montichiari (nell’allora Serie C2), fu sottoposto ad atti vessatori e persecutori. Il rifiuto di abbassarsi l’ingaggio, ritenuto troppo alto dal club dopo la retrocessione, scatenò l’ostile reazione dell’allenatore della dirigenza. Le minacce e le percosse spinsero il giocatore ad adire la giustizia sportiva: nel 2004 la Commissione Disciplinare si pronunciò contro il Montichiari, con ammenda nei confronti della società e inibizione dell’allenatore e del team manager.

Un altro caso di mobbing verticale nel calcio è quello di Goran Pandev. Il calciatore nel 2009 si era rifiutato di rinnovare il contratto con la Lazio e la società decise di metterlo ai margini della rosa insieme al suo compagno Ledesma. Nonostante la sua idonea condizione fisica l’attaccante macedone veniva  costantemente escluso dall’attività sportiva. La querelle Pandev-Lotito è finita sul tavolo del Collegio Arbitrale della Lega calcio che, il 23 dicembre 2009, ha risolto il contratto fra le due parti e ha obbligato la S.S. Lazio a un risarcimento danni di 160 mila euro. La sentenza ha sottolineato la violazione da parte della S.S. Lazio degli articoli 7.1 e 7.2 dell’accordo collettivo AIC/LNPA riguardanti gli allenamenti e la preparazione precampionato.

In generale si configura una situazione di mobbing nel calcio quando le pratiche vessatorie, che portano all’allontanamento progressivo dal gruppo del calciatore, sono ripetute nel tempo e con implicita o esplicita approvazione della società. Le conseguenze giuridiche, come nel caso Pandev, sono la risoluzione del contratto e il risarcimento danni.

Se per un calciatore è più facile riposizionarsi professionalmente rispetto a un lavoratore meno qualificato, non bisogna dimenticare i casi di mobbing orizzontale e verticale riguardanti i più giovani. Nel mondo opaco e meno esplorato delle squadre juniores non sono rare le situazioni di emarginazione che non varcano la porta dello spogliatoio. L’età adolescenziale, la maturità psicologica non ancora pienamente raggiunta, l’imperfetta consapevolezza delle proprie capacità e qualità rappresentano debolezze in grado di penalizzare la crescita sportiva e soprattutto umana del giovane. Non solo calcio ma anche vita: eventuali abusi durante il periodo delle giovanili possono riverberarsi in modo traumatico sulla professione esercitata negli anni a venire. Anche quando non c’è un pallone nel proprio futuro.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>