Lo straining: una forma attenuata di mobbing

Nel 2013 la Corte di Cassazione, con la sentenza n° 28603, ha distinto il concetto di straining da quello di mobbing. Rientranti entrambi nella più generica nozione di disfunzione nel rapporto di lavoro,  lo straining corrisponde a una situazione di stress forzato sul posto di lavoro. Si qualifica come straining una singola azione, dalla durata costante, che produce una conseguenza negativa sul dipendente. A differenza del mobbing, che si distingue per la sua condotta reiterata nel tempo e violenta a vari livelli, l’azione, sanzionata dagli Ermellini, è una decisione puntuale che comporta un degrado delle condizioni del lavoratore.

Lo straining, per esempio, si concreta in atti di dequalificazione o di demansionamento posti in essere da una persona in posizione di forza, come il datore di lavoro o un superiore (strainer). Gli effetti dell’azione, sebbene non ripetuta né ripetibile, perdurano nel tempo e creano un profondo disagio nel dipendente.

La Cassazione si è pronunciata in merito a un caso che coinvolgeva un dipendente di banca, che, dalle sue iniziali mansioni professionalmente gratificanti e dalla spiccata autonomia decisionale, era stato relegato ad attività lavorative degradanti e caratterizzate da una scarsa autonomia. I giudici di legittimità, non potendo applicare la fattispecie di mobbing in contesti come le grandi aziende per ragioni interpretative penalistiche, hanno in ogni caso riconosciuto una marginalizzazione a livello professionale contraria al diritto.

Questa forma di mobbing attenuato viene ricavata giurisprudenzialmente dal tipo di rapporto lavorativo fra strainer e vittima. In mancanza di un certo grado di familiarità e in presenza di un contesto molto strutturato come quello di una banca, i giudici non hanno potuto rilevare la fattispecie tipica del mobbing, che si basa su un’interpretazione estensiva dell’art. 572 sui maltrattamenti in famiglia (rapporto di lavoro para-familiare). L’incapacità di svolgere le mansioni proprie del dipendente per un periodo superiore ai 40 giorni ha rappresentato una lesione del diritto a non subire atti vessatori in senso lato, rientrando fra essi anche le umiliazioni e gli atti di scherno.

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